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Sul piano etimologico il termine “bonarma” deriva dal dialetto arabo-siculo ed indica una persona buona d’animo,

un essere disposto a mettersi in circolo dimenticando l’ego per portare a spasso una scintilla di genuinità.

La versatilità della lingua italiana ci regala però un altro significato, quasi letterale, conducendoci a una doppia tripla carpiata definizione:

La pala è una bonarma.

La chitarra è una bonarma.

Il microfono è una bonarma.

E lo saranno anche le nostre manine  con cui condiremo un numero a troppe cifre di panini e con cui spilleremo le birrozze che berrete saltellando!!!

Perchè tutte queste armi sono una risposta all’indifferenza riservataci dai media nazionali e una scossa al cuore di questa Isola intorpidita!

Non esistono così tante parole per parlarvi di quello che si agita dentro chi si sta sbattendo per la riuscita di questo evento perchè per molti di noi è tutto una NOVITA’ .

Per cui invitiamo i visitatori di questa pagina a sguinzagliare i neuroni alla ricerca di altri significati …

Condivideteli e aiutateci a fare di questo evento il primo atto di un cammino comune.

In nome della musica, della solidarietà, della voglia di felicità pubblica.

Testimonianze

L’impermeabile ha perso 

Apro la finestra e ascolto il torrente. Ha messo in onda un rumore bianco, un fruscio continuo. È una notte stellata e piena di fango. Il giorno dopo si sente il ronzio delle ruspe. Non posso dormire. Scendo e spalo, spalo e scendo verso la terra, la terra dopo gli argini crollati. Crollano gli argini e crollano le barriere, le differenze d’età e sociali. Adesso è chiaro, non c’è spazio (e forse nemmeno tempo) per fare inutili distinzioni. Eppure, dopo la catastrofe dell’esondazione del torrente Longano, siamo tutti vivi. Possiamo dirlo, tra le strade: abbiamo visto la vita in faccia. Il Longano, il torrente che divide la città di Barcellona Pozzo di Gotto, è un paradosso del creato. Con questo suo scossone ha voluto unire i cittadini nell’aiuto reciproco. Ha ribadito con prepotenza la stretta di mano impressa sullo stemma civico. Ci ha pensato lui, il torrente, a dare una mano a una città garbatamente già morta da tempo. Doveva pensarci lui, con tutta la sua irruenza e bestialità, a ripristinare la verità. Benedetto torrente che ci ha salvati.
Quanto durerà questa salvezza? Non lo so. So che non bisogna guardare in faccia nessuno, o meglio: guardare e rimboccarsi le maniche. So, e questo sapere è un apprendimento derivato da un istante, uno di quegli istanti che ci lasciamo sfuggire dopo ogni colazione. Poi a tarda notte torno a dormire, stanco. E sogno, sogno rapide zoomate sui cumuli di terra bagnata, sogno
gli odori selvatici e non mi stupisco quando trovo, al risveglio, un granchio sotto il cuscino. Iniziano altre mattine e tocco coi guanti una sorprendente ciclicità, evito le disdette, accolgo l’abbraccio onnipresente dei muri e delle dune di terra. Deserto scostumato. Prendiamo tutti ripetizioni dal cataclisma, o da quello che a noi sembra cataclisma. Mi concentro sulla costanza del silenzio notturno, sul coprifuoco annunciato dalla coscienza turbata. La violenza si nutre di questo stile di raccoglimento, rinchiuso e agitato. Fuori c’è freddo, all’interno delle case i discorsi sono illuminati dai neon dei lampadari delle cucine e dalle candele accese. Si respira aria pulita, dal centro alla periferia, dalla rabbia allo stupore. Una famiglia di pantani circonda la città, la disturba, la rende pozzanghera matriarcale.
La notizia è ustoria, ma pochi se ne appropriano. A distanza di giorni, incontro
pedoni alienati: vagano al centro delle arterie cittadine, rischiano di farsi investire dalle automobili; le loro traiettorie sconnesse sono persino alienanti e conducono l’osservatore al deragliamento delle proprie logiche. Anche io deambulo trasognato in un paesaggio lunare, mi mancano solo la tuta spaziale e qualche dollaro di speranza in più. La débâcle, tuttavia, impedisce l’autocommiserazione. A volte mi viene ancora voglia di raccontare tutto quello che ho visto e che ho provato, ma non ci riesco e preferisco mantenere queste sensazioni come si mantiene un tesoro. Voglio proteggere un’integrità morale riemersa dalle ceneri degli egoismi. Sento di aver avuto non uno, ma tanti egoismi. Queste cose bisogna sperimentarle sulla propria pelle, mi dico. La poltiglia non finisce mai, mi dico. Resterà per sempre nei nostri cuori anche lei, la poltiglia, mi dico ancora. Ognuno pensa tra sé e sé, durante il lavoro di pulizia dei locali e delle vie, e si instaura un dialogo collettivo basato su
un mutismo che stavolta appare proficuo. L’acquisizione di un vantaggio. La paura e la disperazione non sfiorano più questo popolo, queste località. Adesso c’è molta polvere, specie se non piove. Non esistono eroi o santi fotografi. Dobbiamo chiedere perdono alla natura, alla civiltà, alle tasche vuote. Tutto ci coinvolge; come farabutti siamo catapultati dentro un’esistenza viscida di fanghiglia, che ha cancellato le nostre discendenze e le nostre colpe. Siamo in gioco. Ma quale meraviglia sarà capace di riportarci coi piedi per terra?

                                                                                              Il 22 novembre 2011 (e seguenti)
Piero Puleo

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